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Terzo tempo…quando il rugby insegna all’azienda

“La partita è di due tempi, ma il più importante è il terzo, fatto di birre, sudore e strette di mano tra chi dieci minuti prima se le dava di gusto.” Francesco Bucchieri – giocatore-.

Duro lavoro, confronto, insegnamento, regole da rispettare, ruoli chiari. Quando ci siamo confrontate con I Cavalieri del rugby (www.icavalieri.it) queste sono state le chiavi che ci hanno permesso di collegare il mondo del rugby con quello dell’azienda. Lo studio e gli approfondimenti di questa disciplina ci hanno portato a riflettere in modo particolare sulla regola del terzo tempo, una regola che entra in gioco quando la partita è finita, quando da una parte qualcuno festeggia e dall’altra qualcun altro riflette anche amaramente … immaginate una finale di campionato.

Questa regola vuole che al termine dell’incontro le due squadre abbiano un momento di condivisione, normalmente una cena insieme.

E’ un momento molto importante: ciò che è accaduto in campo con l’avversario, colui che ha ostacolato il raggiungimento alla meta, ha suscitato rabbia, amarezza… tutti stati d’animo che emergono, quando si perde una palla, quando si è impediti nel fare un passaggio , magari proprio quel passaggio che sarebbe servito per arrivare alla meta. Quando l’avversario è qualcuno da “abbattere” ciascuno di noi è lì, presente con le proprie emozioni, consapevole che occorrerà utilizzare tutto il proprio talento, le proprie capacità e il proprio vissuto per raggiungere il traguardo prefissato. Nel giocatore di Rugby c’è un passo in più…c’è la capacità di vedere l’avversario anche come colui che può insegnare, come colui che aiuta a superare i propri limiti , come colui che ha permesso di crescere ancora un po’, come colui che ti costringe a cadere per imparare a rialzarti, come colui che ti porta a fare un passo indietro per poi riprendere ancora con maggior vigore e convinzione.

Nel terzo tempo c’è il rispetto, il rispetto per un ruolo , per un gioco di ruoli: c’è fervore per un confronto ma c’è anche la consapevolezza che quel confronto è su un piano “professionale” e non personale. Nel rugby si racconta di grandi amicizie tra giocatori di squadre avversarie…“io” senza l’avversario non potrei mai scendere in campo.

Avendo lavorato molti anni in azienda ci siamo guardate indietro.

“Quando arrivavano i conflitti con i colleghi?” – Quando non si era in grado di lasciare un confronto sul tavolo professionale ma lo si spostava sul piano personale, quando mancava il rispetto dei ruoli, quando io dovevo dimostrare di essere più forte di te prevaricando o solo difendendo un’idea perché era la mia !

Poco il riconoscimento di chi si era confrontato, molta l’emotività che si metteva in gioco.

Basti pensare ad una riunione che dovrebbe nascere con l’intento di condividere qualcosa o di fare un lavoro di squadra, ma che invece molto spesso è uno scontro tra uffici, uno scontro tra reparti, quando gli obiettivi sono diversi e si perde di vista che stiamo giocando invece la stessa partita. E, come una partita anche la riunione si chiude con un risultato: è qui che anche in azienda deve entrare in gioco il terzo tempo. Il risultato di una riunione o di un incontro può essere diverso da come lo avevo pensato io, può essere la scelta di una strada diversa o una soluzione che deriva da un confronto animato anche tra i partecipanti, e questo spesso porta a spostarsi da un piano professionale ad uno personale.

Quella rabbia, quell’amarezza e quel dispiacere di “aver perso la palla” resta dentro di noi aprendo cosi un conflitto, un ciclo aperto e non risolto, perché non si è più in grado di vedere che il confronto non vuol dire perdita di stima sulla persona, ma semplicemente l’aver messo in gioco competenze , abilità e talenti personali per ottenere un obiettivo.

Imparare dalla regola del rugby a inserire il “terzo tempo” vuol dire non consentire ad un confronto di creare un conflitto personale , vuol dire allenarsi a gestire la propria emotività, vuol dire imparare a riconoscere il valore altrui, i propri errori per crescere, vuol dire imparare ad ascoltare gli altri e a non rimanere chiuso sulle proprie idee per quanto valide: uno spunto diverso potrebbe renderle ancora più valide.

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