Controzzi
Marketing e Vendite

L’evoluzione della comunicazione con il consumatore. Da “Comunicare CON” a “Comunicare A”

di Ilaria Beggi

Negli Stati Uniti la radio ha impiegato trent’anni per raggiungere sessanta milioni di persone, la televisione ha raggiunto questo livello di diffusione in quindici anni; internet lo ha fatto in soli tre anni dalla nascita del World wide web”.

Questa frase di M.Castells può riassumere molto bene quale è stata l’evoluzione della comunicazione e dei suoi mezzi nell’ultimo secolo. L’avvento di internet ha rivoluzionato moltissimi settori e la comunicazione è sicuramente uno di quelli più coinvolti.  Le tendenze, in alcuni casi rispetto ai decenni scorsi, si sono ribaltate.

In Italia, intorno agli anni ‘50 i mezzi di comunicazioni sono pochissimi, con conseguente ristretto numero di messaggi, diretti in special modo a chi poteva fruire del mezzo di comunicazione. Prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, i responsabili dell’informazione e della creazione di processi di senso di appartenenza e condivisione sono principalmente la famiglia, la scuola e alla Chiesa. La tv pubblica ha il compito di informare, educare, intrattenere, ed è sostenuta da finanziamenti statali.

A fine anni ‘70 lo scenario cambia perché le emittenti private locali possono affiancarsi alla televisione pubblica, con lo scopo di produzione di profitto. Nel giro di 15 anni si assiste alla nascita delle prime tv commerciali e alla conseguente domanda di spazi pubblicitari, che fino ad allora non era esistita. Nascono così i primi investimenti pubblicitari che si sostituiscono alle risorse provenienti dallo stato, per poter spingere un certo tipo di messaggio pubblicitario riguardo ad un prodotto.

Parallelamente la stampa inizia a prendere piede: alla fine degli anni ‘80 si parla di circa 7 milioni di copie dei quotidiani contro i circa 5 milioni ad inizio del decennio.

Nei decenni 1980-1990 si assiste alla nascita di nuove forme di comunicazione, nuovi messaggi in circolazione e  questo porta ad un aumento dei consumatori. Quest’ultimi che, prima potevano essere esclusi da certi tipi di messaggi, adesso, grazie all’avvento della tv e radio commerciale, diventano il target di messaggi pubblicitari spensierati, coinvolgenti e divertenti. Questi sono gli anni della comunicazione “con” il consumatore, senza particolari creazioni di bisogni, o di targettizzazioni specifiche. Si parla ad una platea di tipo generico non si indaga molto sul tipo di consumatore e sulle sue abitudini quotidiane, come per esempio quelle alimentari, bisogni psicofisici, temi ambientali. Si creano bisogni primari nel pubblico che guarda i messaggi pubblicitari in tv, li legge sui giornali o li ascolta in radio.

Ricordiamo frasi famose di tanti spot tv come: “L’uomo Dal Monte ha detto sì” oppure “Già fatto?” delle punture Pic Indolor o ancora “Mmmmm per me numero uno “ di Dan Peterson e il suo Lipton Ice Tea o ancora “Il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è”. La comunicazione resta impressa non tanto per il prodotto ma molto più spesso per i jingle e le mini-sigle create appositamente per essere canticchiate e ricordate. Pensiamo ad alcune campagne come: Fruitella, Smarties, Fruit Joy, il “Sensazione unica” di Coca Cola o anche ancora il “Buondì Motta Buondì mio” di Buondì Motta. Il prodotto è tendenzialmente un prodotto di tipo alimentare o comunque di largo consumo. Il messaggio arriva al consumatore finale in modo divertente, un po’ giocoso, orecchiabile e dritto all’obiettivo. I brand comunicano con il consumatore in modo tendenzialmente univoco, non si pensa molto all’interazione tra brand e consumatore. L’obiettivo è vendere tramite l’investimento pubblicitario con il format e il messaggio giusto.

Il consumatore ha modo di esprimere la sua preferenza acquistando il prodotto e i brand si preoccupano di fornire quello giusto e “confezionarlo” con il giusto format, jingle e messaggio. Il ricordo del jingle o della frase simbolo della campagna sono motori di acquisto molto forti: trovandosi di fronte allo scaffale, spingendo all’acquisto di un prodotto piuttosto che un altro. Il consumatore non si informa molto sulle caratteristiche del prodotto, ma lo acquista solo perché lo fa stare bene o perché ha impresso il jingle della campagna pubblicitaria.

Gli anni 90 sono gli anni dello spartiacque, in cui l’era del www inizia a plasmarsi e a prendere forma. Nel 1993 nasce il primo motore di ricerca Aliweb (sulla scia di Archie), nel 1994 nasce Yahoo, poi Lycos, nel 1995 compare Altavista, negli anni dal 1997-98 si inizia a sentire parlare di SEO e nel 1998 nasce Page Rank che darà poi le origini alla nascita di Google.

Alla metà degli anni ‘90 arrivano anche i primi telefoni cellulari, due marchi in Italia diventano ben presto famosi: Nokia e Motorola.

Nella seconda metà degli anni ‘90 arrivano in Italia le chat, arriva ICQ e nei primi del 2000 arriva Skype, My Space e nel 2004 Facebook.

Infine, in Usa, sempre nella seconda metà degli anni 90, nel 1995 per l’esattezza, un tale chiamato Jeff Besoz, spedisce il suo primo libro da un garage di Seattle (nel 1999  Bezos verrà dichiarato l’uomo dell’anno dalla rivista Time) e nel 1997 nasce Ebay. Due delle piattaforme e-commerce che negli anni acquisteranno sempre più importanza a livello mondiale. Da non dimenticare che a fine anni ‘90 nascono anche Paypal e Alibaba.

In Italia il primo acquisto online risale al 1998 tramite www.ibs.it.

Dalla prima decade degli anni 2000 si assiste all’inizio dell’era digitale, il web diventa ogni giorno di più protagonista nella vita dei consumatori che interagiscono davanti ad un computer o davanti ad un cellulare, un tablet o uno smartphone per parlare tra di loro usando questi mezzi per comunicare. Il web piano piano abbatte le barriere visive e riempie la curiosità di milioni di persone di scoprire cosa succede dall’altra parte del mondo. Come? Semplicemente cliccando su una live cam a New York posta sulla 5° strada, oppure seguendo una lezione universitaria a distanza oppure conoscendo qualcuno a distanza, per fare amicizia o guardando la tv di un altro paese.

Le possibilità in questo caso sono infinite. Sempre più persone utilizzano ogni giorno Google come motore di ricerca per fare ricerche sul web (oggi si parla di 3,5 milioni di ricerche al giorno), cercare informazioni o prodotti da acquistare.  Inizialmente il web non nasce con l’intento di essere un mezzo in cui fare pubblicità, ma nella seconda metà degli anni 90, iniziano ad essere pubblicati i primi banner pubblicitari e poco tempo dopo la prima PPC  (Pay Per Click), che permette annunci di ricerca a pagamento.

Oggi negli Stati Uniti la spesa per la pubblicità digitale ha superato quella per gli investimenti pubblicitari in Tv (circa il 65% del totale investimento pubblicitario è digitale) e nel nostro paese è al secondo posto, in quanto gli investimenti in Tv continuano ad essere i preferiti dai Brand. Ma questo molto probabilmente durerà ancora per poco. Non solo l’investimento sulla pubblicità digitale è un misurabile, ma è completamente targettizzabile, ed ha dei costi molto più fruibili per le aziende.

Questo permette ai Brand di “comunicare al consumatore” con campagne, bisogni e target mirati. Si può scegliere di far vedere annunci solo a chi ha una certa fascia di età, un certo livello di istruzione o a chi ha un certo tipo di interesse. Si può escludere o includere nel messaggio pubblicitario tutti coloro che sono dentro oppure no, al nostro target, cosa che i mezzi tradizionali non permettono, se non a costi molto più alti. Pensiamo ad esempio alla pubblicità televisiva di Crodino; il famoso Gorilla, che inizialmente nei primi spot è sempre dentro ad un bar (per intercettare i frequentatori di bar) e poi dopo qualche anno, il Gorilla si ritrova dentro una casa, ad una festa, dove viene servito il Crodino. Campari in quel caso ha dovuto girare un ulteriore spot, per poter includere tra i destinatari di un messaggio pubblicitario, coloro che consumano Crodino a casa. Solo che girare due spot pubblicitari non ha lo stesso costo di inserire due annunci di ricerca targettizzati sul web, volendo anche con un contenuto video. Ed in più i risultati  delle campagna TV non sono propriamente misurabili come in quelle digitali.

In questo caso i messaggi dei Brand comunicano direttamente a quel consumatore, forniscono le informazioni che vuole o cercano di nutrire le curiosità che ha. Infine, non da meno, i Brand e le aziende possono interagire direttamente con il proprio consumatore, grazie a tutto un sistema di interazioni dirette, all’evoluzione dei customer care delle aziende e ai post sui social.

Si crea un rapporto diretto, che va oltre il passaparola, strumento utilizzato 40 anni fa, ma tutt’ora in voga; il consumatore sa che il brand esiste, può comunicarci direttamente e viceversa. Come? tramite servizi di newsletter che inviano coupon di sconti e premiano la fedeltà al marchio, partecipazione a sondaggi oppure a concorsi a premi con premiazione documentata sulla pagina di Facebook o con una diretta di Instagram. Proprio quest’ultimo, uno dei social più importanti dell’attuale panorama digitale sta guadagnando sempre più posizioni per diventare una delle piattaforme che raccoglie più investimenti pubblicitari da parte dei brand.

Oggi non si può prescindere dalla comunicazione, sia essa off line o on line, bisogna aver chiari gli obiettivi e i segmenti di pubblico che interessano, i messaggi da dare al target che vogliamo e il tipo di contenuto adatto. Un ruolo importante nel risultato dell’investimento pubblicitario lo fa la costanza: investire in modo continuativo premia le aziende e i Brand, soprattutto in momenti di crisi, in cui smettere di investire non è sicuramente la strategia vincente.

Essere sicuri che il sito funzioni correttamente, che tutte le pagine siano coerenti e indicizzate, che ci siano contenuti e argomenti di interesse per il vostro target di consumatori, il tuo e-commerce funzioni correttamente è fondamentale, per offrire agli utenti in rete tutte le informazioni di cui hanno bisogno. E’ altrettanto fondamentale avere il corretto posizionamento sul mercato e far capire chiaramente quali sono i valori del brand, cosa lo distingue da altri e in che modo si parla a diversi consumatori, con diversi messaggi.

due persone che si stringono la mano
Coaching, Marketing e Vendite

La nuova figura del venditore coach.

Quali competenze servono oggi per essere performanti nella vendita

Con l’avvento della tecnologia e il conseguente maggior accesso all’informazione, anche il ruolo dei venditori ha affrontato un grosso cambiamento. Da detentore dell’informazione sul prodotto, oggi il venditore si trova davanti clienti spesso già informati e con le idee abbastanza chiare. Ecco quindi che il ruolo del venditore e anche le competenze che lo rendono performante cambiano radicalmente. 

La conoscenza tecnica e di prodotto è essenziale, ma non basta più, anzi a volte risulta limitante. Infatti l’ansia di dimostrare di essere competenti risulta spesso deleteria nel momento in cui il cliente la percepisce il quale, di conseguenza, si approfitta della consulenza gratuita secondo l’idea “usa e getta”.

Diventa quindi di vitale importanza sviluppare competenze diverse che rendano il venditore performante nel suo nuovo ruolo ossia quello di Consulente. Non deve più salire un gradino sopra rispetto al cliente, ma deve mettersi al suo fianco. 

Quali sono le competenze più utili ad apportare questa trasformazione?

Partendo dal presupposto che per vendere devo instaurare una relazione umana, conoscere il mio cliente e guidarlo, le competenze che serviranno maggiormente sono quelle del Coaching.

Il coaching è un processo di accompagnamento da un punto di partenza ad un punto di arrivo. Cosa significa? Significa che il venditore accompagna effettivamente il cliente nell’indagine e nella scelta di ciò che è più giusto per lui. Un concetto che fa la differenza è che il cliente non vuole che gli venga venduto niente, vuole comprare. Non funziona più la vecchia scuola della persuasione, manipolazione e pressione sulla scontistica.

Oggi il cliente cerca affidabilità e credibilità.

Il venditore-coach è disponibile con il cliente, ma non è a disposizione e questo significa supportarlo valorizzando al contempo la propria professionalità ed il proprio tempo.

Cosa deve saper fare il venditore-coach?

Il venditore-coach sa formulare domande, sia con l’obiettivo di conoscere e scoprire le esigenze del cliente sia con l’obiettivo di generare nuove consapevolezze nello stesso.

Sa anche guidare il processo decisionale del cliente considerando e partendo dal suo schema del mondo.

Il venditore-coach sa ASCOLTARE PER CAPIRE cioè sa individuare le paure ed i reali bisogni, le leve motivazionali sulle quali spingere, ma sopra ogni cosa, deve avere e deve far percepire un interesse autentico nei confronti della persona. Sì una persona. Il venditore-coach ha chiaro che un cliente è prima di tutto una persona!  Questo è l’aspetto che più impatta in una relazione produttiva di vendita.

Se vuoi approfondire ed allenare le competenze di coaching nella vendita contattaci per un percorso personalizzato.

donna che prende la palla al volo supportata dai compagni
News

#niente alibi. Comportamento in meta

#sport e management 

Sport e management sembrano così diversi, eppure abbiamo sentito parlare molte volte di questo parallelismo. Perché infatti non credo ci sia molta differenza. Proviamo a pensare cosa c’è nello sport: un obiettivo, delle regole, l’allenamento. Chiediamoci quindi cosa c’è nelle vostre aziende, nelle vostre associazioni o nella vostra attività.

Un obiettivo? Sì, ce lo abbiamo! Primo punto in comune con lo sport.

Le regole? Abbiamo anche delle regole. Esistono regole istituzionali, ovvero le leggi dettate dallo Stato. Ma esistono regole ancora più personali, e per questo profonde. Regole stabilite da noi stessi. E attraverso che cosa le stabiliamo? Attraverso i nostri valori, perché i valori sono le regole con cui noi vogliamo giocare quella partita che è il nostro business. 

L’allenamento? Ci alleniamo tutti i giorni? Per cosa? Per affermare il nostro ruolo, il ruolo che abbiamo scelto all’interno dell’organizzazione, all’interno della nostra azienda. L’importanza di avere chiaro il nostro ruolo ci permette di allenarlo, e quindi di rafforzarlo. Io sono convinta che qualche volta non adempiamo al nostro ruolo, ma andiamo a sostituire quello di un altro. Peraltro senza neppure conoscere bene di che ruolo si tratti. Nello sport una cosa simile non può succedere, perché? Perché la squadra è costituita da ruoli ben definiti… ma?   

Nel Rugby ciascuno ha il proprio ruolo, e non si può giocare quello di un altro. Sapete che le regole del rugby prevedono che se in una mischia i piloni sono infortunati, la mischia non venga fatta? Perché quello dei piloni è un ruolo troppo importante, persino pericoloso. E se non lo sai fare bene, se non sei allenato a farlo, non puoi farlo.  In tal caso si fa una mischia che si chiama contact 

Possiamo allenarci solo quando abbiamo chiaro dove vogliamo andare, come vogliamo andarci e cosa possiamo fare.

#honestycall  

Sapete qual è una delle cose più importanti che mi ha insegnato il rugby? Mi ha insegnato che non ci sono alibi. A fine partita, o a fine allenamento, ai ragazzi viene chiesto come sono stati, come hanno giocato, come si sono sentiti. C’è chi dice di essere stato presente, chi sostiene di aver lavorato duramente, chi è sicuro di aver dato il meglio di sé. Un po’ come può essere chiesto ad ognuno di noi alla fine di una riunione o di un incontro di lavoro. L’honesty call è un’analisi oggettiva, perché il coach mostra il video dell’allenamento o della partita in questione. Si crea quindi l’occasione per fare i conti con  quella che è la percezione avuta dalla nostra azione e quelli che sono i fatti, con obiettività. Una sorta di grande fratello che riprende ogni cosa, e lascia poco spazio all’interpretazione soggettiva individuale. Questo permette di migliorare se stessi e iniziare ad allenarsi concretamente: se agisco e mi alleno posso sperare un giorno di giocare senza commettere errori, se non agisco spreco un’opportunità. 

#partita 

In media si calcolano circa 144.000 secondi di allenamento, per giocare una partita che ne dura 4800: una proporzione di 1/3000, ne vale la pena? Certamente! Perché è solo con l’allenamento che posso preparare la mente, la tecnica e il fisico.

Anche noi giochiamo tutti i giorni una partita. Magari si tratta di una visita da un cliente, magari di una riunione, magari di ciò che ogni giorno facciamo nel nostro ruolo. Ma quanto siamo abituati a prepararci? 

Spesso lo diamo per scontato, spesso ci facciamo trascinare dall’abitudine di averlo sempre fatto. Anche i rugbisti lo hanno sempre fatto. Iniziano a giocare più o meno a 8 anni una partita a settimana, immaginatevi quando arrivano a 23/24 anni quante partite hanno giocato! Ma se vuoi fare bene qualcosa ogni volta devi giocare come se non avessi mai giocato. L’abitudine è il nemico numero uno dell’eccellenza.

Quante volte abbiamo affrontato i nostri 80’, da veri rugbisti? Beh, abbastanza. Eppure quante volte li abbiamo preparati nel modo giusto? Forse un po’ meno di quanti ne avremmo potuti preparare.

L’analisi, lo studio, l’allenamento e la capacità di focus sono le chiavi del successo nello sport. Come nel lavoro.

#difendi la palla 

L’essenza del rugby sta tutta in questo: difendere la palla fino a portarla in meta. Ma per avanzare io posso passare la palla solo indietro, ed ecco dunque perché quando si parla di rugby si parla di squadra! La regola del passaggio avvalora la squadra. La squadra che deve essere concentrata sulla palla, che deve essere vicina al compagno, che non deve mai perdere il focus. Come giocatore non devi perdere il contatto visivo, non puoi essere troppo distante dai tuoi compagni. Ecco, in questo c’è l’essenza di lavorare in un team. Nel rugby come nel mondo professionale, da soli non si può andare da nessuna parte.Noi oggi ne siamo la testimonianza, riunendoci qui perché sappiamo che insieme possiamo fare molto di più. Perché contiamo l’uno sull’altro. 

#onora la maglia

L’orgoglio, il senso di appartenenza, il rispetto per ciò che si è scelto. Senza questo oggi non si riesce a fare la differenza, e la differenza viene fatta col comportamento. Tra i racconti dei ragazzi delle Zebre, ce n’è uno che porterò sempre con me. Qualche anno fa, uno dei giocatori degli All Blacks, a fine carriera, è andato a giocare nelle Zebre Parma. Dovete sapere che negli spogliatoi a fine partita viene messo un cesto per raccogliere le divise da gioco usate, notoriamente poco pulite. I ragazzi si spogliarono, e gettarono la loro maglia nel cesto. L’ex giocatore degli All Blacks si tolse la maglia, la mise per il verso giusto, e la appoggiò ordinatamente nella cesta. 

Rispettare l’azienda, rispettare i valori oggi è fondamentale. Le aziende migliori sono quelle fatte di persone che hanno sia competenze eccellenti che un alto allineamento ai valori comuni. Puntiamo dunque ad essere una di quelle persone, per creare in azienda lo spazio favorevole per permettere a tutti di raggiungere questo livello. 

Un’organizzazione vincente è un ambiente di sviluppo personale in cui ogni individuo si assume le proprie responsabilità e ne condivide il possesso.

donne su copertina rivista
News

MTC è sul quotidiano La Repubblica

Formazione aziendale innovativa. Un altro risultato per MTC! Il quotidiano La Repubblica parla di noi.

Con loro parliamo del nostro innovativo metodo Change Behavior. Un metodo con il quale si intraprende un percorso di allenamento comportamentale che consente di costruire nuove abitudini. Diventa un’attività pratica attraverso cui è possibile rinnovare il proprio mindset,
cioè la mentalità.

Ed ovviamente parliamo anche dell’innovativo metodo di coach-training Play Job: una modalità per valorizzare la formazione e ottimizzare tempi e risorse a disposizione e ha creato un modello ispirato alla gamification.

Leggi l’articolo in pdf qui oppure direttamente online qui

copertina di una rivista
News

MTC è su Millionaire

È in edicola Millionarie di Giugno, il mensile n. 1 di business più letto in Italia!

Millionaire si occupa di nuovi business, sia tradizionali che innovativi, raccontando le storie delle imprese italiane e straniere.

Perché te lo diciamo? Perché siamo state intervistate ed abbiamo colto l’occasione di parlare della nostra nuova Gamification.

Leggi l’articolo completo qui!

bimba che gioca a cucinare
News

Imparando dai bambini

Quando si è bambini la cosa che sembra essere più importante di tutte è diventare “grandi”, ossia, fare tutte quelle cose che fanno i grandi.

È naturale crescere, evolvere e si cresce iniziando a fare ciò che vediamo fare intorno a noi; anche solo camminare e parlare, se ci pensiamo bene, sono le cose che il bambino impara dall’adulto, è un istinto naturale, pari all’istinto degli animali.

Osservando i bambini notiamo che la prima cosa che fanno quando iniziano a giocare da soli è emulare gli adulti: giocano a fare la mamma, giocano a fare il dottore, la fruttivendola, il cuoco e il meccanico; regaliamo ai bambini giocattoli che rispecchiano il mondo dell’adulto, giocano a sperimentare e simulare.

È per questo che, da sempre, il gioco è il miglior modo di imparare, perché nel gioco si può sbagliare, perché permette di non avere aspettative. Perché il gioco permette di liberarsi dagli schemi.

Nel mio percorso, ho visto molti adulti dimenticarsi del gioco, si dimenticano che giocare li ha aiutati a crescere, si dimenticano che giocando si sono dati il permesso di sbagliare, che giocando hanno sperimentato ruoli diversi e, soprattutto, si dimenticano che giocando hanno trovato emozioni che poi sono ricordate per sempre.

È giocando che permetto a me stesso di apprendere, per questo noi di MTC, riteniamo che il gioco sia lo strumento migliore per garantire un’evoluzione delle persone, ed è cosi, che abbiamo aiutato oltre mille persone, a sviluppare le loro competenze e crescere come uomini, come donne e come professionisti.

Prova a giocare con noi!

muro con murales
News

Happiness Wall

Da sempre il disegno è l’espressione di un pensiero, i bambini disegnano, colorano, imparano e vivono le emozioni attraverso le immagini … i grandi a volte lo dimenticano.

Happiness Wall nasce dalla volontà di educare il mondo alle diversità, di far comprendere ai giovani e ai meno giovani che tutto ciò che è diverso non è da evitare ma semplicemente è necessario saperlo vivere. Per fare questo è stato scelto lo strumento di comunicazione più usato al mondo: il disegno. L’apporto di un grande artista come Aleandro Roncarà capace di trasmettere attraverso le forme ed i colori la propria energia.

La collaborazione con Cinzia Chiarini presidente di Vertical Toscana* che l’energia la impersonifica, spirito libero che ha scelto di accettare la sua diversità e di diventare con essa promotrice della cultura della diversità.

Due persone che nella diversità del loro modo di essere sono capaci di coinvolgere, raccontare e vivere oltre le barriere.

Aleandro e Cinzia hanno scelto di chiedere «collaborazione» ai ragazzi delle scuole medie Anna Pardini di Lajatico.

Il muro più rappresentare un ostacolo, ma ogni muro ha una chiave per superarlo, solo accettando l’esistenza di un ostacolo possiamo trovare la soluzione per andare oltre.

Progetto «Un murales per Lajatico» Promosso da Comune di Lajatico e Fondazione Teatro del Silenzio Con la partecipazione di Aleandro Roncarà e Vertical Toscana

www.fondazionevertical .org

occhio in primo piano
News

Imparare ad osservare

Ho imparato che le persone non sono sbagliate,  ma possono avere comportamenti sbagliati. 

Ho imparato che molti preferiscono accusare gli altri, e la situazione, piuttosto che chiedersi: “cosa posso fare io per cambiare questa situazione?”

Ho imparato che l’amore, quello vero, non passa mai. Ho imparato che si può amare un figlio , un genitore, una amica, un uomo, un fratello, un amico e anche un lavoro tutto con tonalità diverse ma alla base c’è sempre l’amore, quel sentimento così potente che non si dissolve né con un litigio e né con il passare degli anni.

Ho imparato che per amare così la vita non si può dare niente per scontato.

Ho imparato che una volta che hai deciso di vivere con pienezza non te lo devi dimenticare lo devi allenare continuamente.

Ho imparato che se vuoi trasmettere qualcosa devi saper comunicare bene.

Ho imparato che le cose non si tengono dentro perché altrimenti vivono sono delle tue percezioni.

Ho imparato che le emozioni sono importanti e che non si può vivere senza.

Ho imparato che a volte scrivere due righe alleggerisce!

agenda aperta
News

Benessere – Autostima e leadership

Torno oggi in ufficio dopo una tavola rotonda sul concetto di leadership e benessere voglio condividere con voi una parte del mio intervento; proprio quella che riguarda il concetto di benessere. 

Il concetto di benessere nel corso degli anni ha subito numerose modifiche e ampliamenti, che hanno condotto ad una visione del termine più ampia e completa, non più incentrata sull’idea di benessere fisico, ma piuttosto oggi si parla di ben-essere ossia essere bene essere in equilibrio con se stessi. Nel rapporto della Commissione Salute dell’Osservatorio europeo su sistemi e politiche per la salute(a cui partecipa il distaccamento europeo dell’OMS) è stata proposta definizione di benessere come “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”.

Un equilibrio legato alla complessità dei ruoli che oggi rivestiamo come persone: il ruolo di mamma, donna, moglie, professionista, lavoratrice, sportiva, amica, figlia, educatrice e quant’altro ancora ma soprattutto il nostro ben- essere di persona, un equilibrio tra quello che sono i nostri valori e i nostri bisogni.

Quando riusciamo ad avere un equilibrio tra i valori e i bisogni accresciamo il nostro valore di autostima.

L’autostima è un fattore di benessere (quando non c’è è un fattore generativo di malessere )

In ognuno dei ruoli che esercitiamo quotidianamente esiste il nostro livello di autostima.

 Un’autostima che quando è “sana” (interna) ci porta ad essere autorevoli (e bada bene non autoritari),

ci porta ad essere assertivi ( no passivi- no aggressivi) ci porta ad essere coerenti (tra ciò che facciamo e ciò che pensiamo tra ciò che diciamo e ciò che sentiamo e quindi a diventare dei trascinatori), diciamo che ci porta ad essere leader, da sempre ho creduto che prima di imparare ad essere leader per gli altri ogni persona debba imparare ad essere leader di sé, imparare a scegliere e gestire i propri comportamenti imparare a valorizzare il proprio potenziale e per fare questo occorrono umiltà e coraggio due caratteristiche che chi sta bene con se stesso non esita a far emergere.

ragazzi che giocano a rugby
News

Terzo tempo…quando il rugby insegna all’azienda

“La partita è di due tempi, ma il più importante è il terzo, fatto di birre, sudore e strette di mano tra chi dieci minuti prima se le dava di gusto.” Francesco Bucchieri – giocatore-.

Duro lavoro, confronto, insegnamento, regole da rispettare, ruoli chiari. Quando ci siamo confrontate con I Cavalieri del rugby (www.icavalieri.it) queste sono state le chiavi che ci hanno permesso di collegare il mondo del rugby con quello dell’azienda. Lo studio e gli approfondimenti di questa disciplina ci hanno portato a riflettere in modo particolare sulla regola del terzo tempo, una regola che entra in gioco quando la partita è finita, quando da una parte qualcuno festeggia e dall’altra qualcun altro riflette anche amaramente … immaginate una finale di campionato.

Questa regola vuole che al termine dell’incontro le due squadre abbiano un momento di condivisione, normalmente una cena insieme.

E’ un momento molto importante: ciò che è accaduto in campo con l’avversario, colui che ha ostacolato il raggiungimento alla meta, ha suscitato rabbia, amarezza… tutti stati d’animo che emergono, quando si perde una palla, quando si è impediti nel fare un passaggio , magari proprio quel passaggio che sarebbe servito per arrivare alla meta. Quando l’avversario è qualcuno da “abbattere” ciascuno di noi è lì, presente con le proprie emozioni, consapevole che occorrerà utilizzare tutto il proprio talento, le proprie capacità e il proprio vissuto per raggiungere il traguardo prefissato. Nel giocatore di Rugby c’è un passo in più…c’è la capacità di vedere l’avversario anche come colui che può insegnare, come colui che aiuta a superare i propri limiti , come colui che ha permesso di crescere ancora un po’, come colui che ti costringe a cadere per imparare a rialzarti, come colui che ti porta a fare un passo indietro per poi riprendere ancora con maggior vigore e convinzione.

Nel terzo tempo c’è il rispetto, il rispetto per un ruolo , per un gioco di ruoli: c’è fervore per un confronto ma c’è anche la consapevolezza che quel confronto è su un piano “professionale” e non personale. Nel rugby si racconta di grandi amicizie tra giocatori di squadre avversarie…“io” senza l’avversario non potrei mai scendere in campo.

Avendo lavorato molti anni in azienda ci siamo guardate indietro.

“Quando arrivavano i conflitti con i colleghi?” – Quando non si era in grado di lasciare un confronto sul tavolo professionale ma lo si spostava sul piano personale, quando mancava il rispetto dei ruoli, quando io dovevo dimostrare di essere più forte di te prevaricando o solo difendendo un’idea perché era la mia !

Poco il riconoscimento di chi si era confrontato, molta l’emotività che si metteva in gioco.

Basti pensare ad una riunione che dovrebbe nascere con l’intento di condividere qualcosa o di fare un lavoro di squadra, ma che invece molto spesso è uno scontro tra uffici, uno scontro tra reparti, quando gli obiettivi sono diversi e si perde di vista che stiamo giocando invece la stessa partita. E, come una partita anche la riunione si chiude con un risultato: è qui che anche in azienda deve entrare in gioco il terzo tempo. Il risultato di una riunione o di un incontro può essere diverso da come lo avevo pensato io, può essere la scelta di una strada diversa o una soluzione che deriva da un confronto animato anche tra i partecipanti, e questo spesso porta a spostarsi da un piano professionale ad uno personale.

Quella rabbia, quell’amarezza e quel dispiacere di “aver perso la palla” resta dentro di noi aprendo cosi un conflitto, un ciclo aperto e non risolto, perché non si è più in grado di vedere che il confronto non vuol dire perdita di stima sulla persona, ma semplicemente l’aver messo in gioco competenze , abilità e talenti personali per ottenere un obiettivo.

Imparare dalla regola del rugby a inserire il “terzo tempo” vuol dire non consentire ad un confronto di creare un conflitto personale , vuol dire allenarsi a gestire la propria emotività, vuol dire imparare a riconoscere il valore altrui, i propri errori per crescere, vuol dire imparare ad ascoltare gli altri e a non rimanere chiuso sulle proprie idee per quanto valide: uno spunto diverso potrebbe renderle ancora più valide.

1 2
Cart Overview